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SPORT
Casa Napoli: "The day after, la sconfitta brucia" di Giovanni Spinazzola
21 Gennaio 2021 16:43 —

In casa Napoli è il day after e la sconfitta in Supercoppa brucia ancora, soprattutto perché arrivata contro un avversario non irresistibile. È tempo di processi e sul banco degli imputati non possono che finire tutti, dalla dirigenza ai calciatori, nessuno escluso. Proveremo, quindi, ad analizzare la situazione con oggettività.

Dirigenza: il pesce, si sa, puzza dalla testa. Da anni, dalla partenza di Pepe Reina e Raul Albiol si avverte palpabile l’assenza di un leader nello spogliatoio che possa regalare mentalità vincente alla squadra. Lo denunciava Ancelotti, lo sostiene Gattuso. Per capire a cosa ci riferiamo, basta guardare in casa Milan a Zlatan Ibrahimovic. Ecco, uno come lui servirebbe come il pane nella rosa azzurra. E sarebbe necessario anche un terzino sinistro, considerato come Ghoulam proprio non riesca a tornare ai fasti di un tempo.

Gattuso: “è colpa mia” ha detto ieri in conferenza stampa e, chiaramente, il suo è un modo per difendere la squadra. Ha impostato la gara sulla difesa, leit motiv visto nella finale di Coppa Italia, stessa impostazione di Conte in Inter-Juve. Scelta giusta? Sì. Poteva essere più aggressiva e propositiva la squadra? Sì. Hanno ragione tutti. Di fronte c’era sempre una formazione come la Juve, capace di far male in qualsiasi momento, considerato come la difesa del Napoli nelle ultime settimane non abbia dimostrato di essere impermeabile. Dall’altro, però, la stessa Juve era (ma lo è ancora) una formazione in crisi, un ricordo sbiadito delle corazzate degli scorsi anni. Un po’ più di cattiveria e grinta non avrebbero guastato. Il Napoli aveva il dovere di giocarsela a viso aperto, ma alla squadra ieri è mancata la transizione offensiva. Il calcio, però, è fatto di episodi; avesse vinto, staremmo parlando di grandissima lezione tattica di Ringhio. Una domanda, tuttavia, ci sovviene in mente. Petagna non era assolutamente in condizione di giocare e lo si è visto. Non era meglio puntare su un calciatore al 100% della forma fisica come Llorente, peraltro uno dei pochi in rosa ad avere esperienza di finali e gare da dentro o fuori?

Calciatori: sono scesi in campo loro e, quindi, ci sembra naturale metterli sulla graticola. Anche stavolta, la squadra ha mostrato quell’assenza di personalità, quella mancanza di cattiveria necessaria per azzannare la preda, la voglia del cacciatore che sente l’odore del sangue. Troppo timore reverenziale verso una squadra che, se attaccata in faccia, viso a viso, sarebbe andata in difficoltà come peraltro è capitato. Spesso, ed anche stavolta, i calciatori più rappresentativi toppano nei grandi appuntamenti; il solo Koulibaly in difesa e Lozano in attacco hanno giocato una gara all’altezza delle aspettative. Ma due calciatori da soli possono poco. Serve personalità, capacità di essere leader ma queste caratteristiche non si acquistano al mercato.

Insigne: è il capitano del Napoli, l’unico partenopeo della squadra e merita un capitolo a parte. Non siamo Ponzio Pilato, non è nemmeno nei nostri interessi esserlo, ma è innegabile come il 24 azzurro abbia un problema. Le lacrime a fine gara sono un pugno nello stomaco, si sente addosso la responsabilità della sconfitta ed in parte ha ragione (avesse segnato il rigore, ne siamo certi, sarebbe cambiata l’inerzia della gara e, probabilmente, il trofeo ora sarebbe a Castel Volturno, anche se manca la controprova, ndr). Il terzo penalty sbagliato contro la Juve, una prova non all’altezza. Sente particolarmente questa gara ed un po’ ci ricorda Daniele De Rossi – ma anche Francesco Totti, seppur in maniera decisamente minore rispetto all’ex compagno – nei Derby romani. Spesso avulsi dal gioco, troppo “carichi” dal punto di vista emotivo, proprio come Lorenzo che vorrebbe spaccare il mondo e regalare una gioia ai suoi tifosi, alla sua città, ma non ci riesce. In molti hanno pensato avrebbe sbagliato quel penalty e così è stato. L’umiltà e la grandezza, però, stanno nel riconoscere di avere un problema. Avrebbe potuto lasciare l’esecuzione ad un altro compagno, m agari a Mertens che pure se l’era procurato. Sarebbe stato un grande gesto, responsabile. Poi, per carità, i rigori si sbagliano e magari “Ciro” avrebbe toppato, però è innegabile che il bianconero gli crea qualche problema.

Cazzimma: è un po’ il discorso della mentalità, ma più profondo ancora. Cattiveria e furbizia non devono mancare mai, soprattutto in appuntamenti come quello di ieri; le motivazioni dovrebbero essere spontanee nei calciatori, avere il sangue agli occhi ed il coltello tra i denti, il famoso veleno chiesto da Gattuso. Possibile che non vi riescano mai? Indurre l’avversario all’errore – come Mertens in occasione del rigore – andare oltre con lo sguardo, bruciare l’erba e sbranare l’avversario. Chissà se mai un giorno le vedremo nei calciatori azzurri.

Accuse, precise e dirette, oggettive. Non mancano, però, gli alibi.

Assenze: chi manca ha sempre ragione. Sgombriamo subito il campo dagli equivoci sulla Juve; anche i bianconeri ne avevano, ma pedine dislocati in due reparti, e peraltro hanno recuperato Cuadrado sul filo di lana (secondo tampone negativo e visita di idoneità tutto in un lampo, che coincidenza…). Il Napoli, invece, ha visto la concentrazione nel reparto offensivo; Osimhen fuori da tempo immemore, Mertens e Petagna con infiltrazioni ed attaccanti finiti. Si è praticamente dovuto fare di necessità virtù, chiedendo straordinari ai “responsabili” (termine tanto in voga in queste settimane in altro campo, lo utilizziamo anche noi per non sfigurare, ndr). Senza dimenticare, poi, l’assenza di Fabian Ruiz che ha tolto Gattuso di una pedina fondamentale. 

Sfortuna: la gara è stata decisa dagli episodi e, manco a dirlo, tutti a sfavore del Napoli. Altro che cena ad Ercolano, Gattuso organizzi una bella spedizione a Pompei, per una grazia alla Madonna perché così proprio non si può. Il gol incassato dopo un rimbalzo del pallone sulla spalla di Bakayoko, due conclusioni di Lozano respinte da Szczesny in maniera fortunosa da due passi. Se la Dea della Fortuna è bendata, quella della sfiga ci vede benissimo ed ha puntato gli occhi sugli azzurri. “Non è vero ma ci credo” diceva Totò. Ed aveva ragione.

L’imperativo, ora, è fare quadrato e tornare a correre, a cominciare dalla gara contro il Verona di campionato, fondamentale per continuare la rincorsa. Siamo a gennaio, il tempo dei verdetti è ancora lontano. La Supercoppa è andata, ci sono altri tre obiettivi da non fallire.

21 Gennaio 2021 16:43 - Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio 2021 16:43
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