26 Settembre 2018 - Aggiornato alle 10:41
CULTURA&SPETTACOLO
Napoli: Presso L’Archivio Storico del Banco di Napoli l’installazione site-specific di Antonio Biasiucci.
09 Luglio 2018 21:12 — E' possibile visitarla fino al 31 luglio.

Ogni anno dal 15 maggio al 31 luglio presso L’Archivio Storico del Banco di Napoli è possibile visitare l’installazione site-specific di Antonio Biasiucci. Nell’intervista rilasciata per IFattidiNapoli, Biasiucci racconta il percorso alle spalle di questa suggestiva esperienza artistica:

L’incarico mi è stato affidato dall’Archivio con l’intento di coinvolgere le persone, la città, nel museo e non è stato semplice. In un luogo che è già di per se’ un’opera, c’è poco da aggiungere. Ad esempio quando mi sono ritrovato a fotografare l’Etna, proprio nel momento dell’eruzione, non riuscivo a scattare. Ci sono soggetti con cui non si ha possibilità di dialogo, si è sempre lì ad ammirare, e quando si sta ad ammirare non si può fotografare.

Sono stato molto tempo a vivere l’Archivio per poter raggiungere quella distanza che mi permettesse di operare. Nel tempo ho notato che chiunque visitasse il museo, anche i giovanissimi, restava profondamente colpito dall’ambiente. E’ un luogo che suscita meraviglia: questi faldoni raccolgono testimonianze dal 500 all’800 e pulsano di vita.

Parte del lavoro l’ho realizzata con Codex al Museo Nazionale, un tentativo di portare il museo all’esterno. Codex è una vera e propria di città di carta, 46 immagini di fogli, in cui emergono le grafiche di un tempo, numeri quasi esoterici, la cui composizione ed elaborazione erano affidate ai giornalisti dell’epoca.

Nel lavoro site-specific, invece, ho pensato di scegliere una stanza, di lasciarla completamente intatta, fruibile. Si entra in un luogo quasi liquido, tutto nero. Poi, come in tante mie installazioni, ti abitui alla luce e scopri il luogo; in tutto questo c’è molto del processo camera-oscurale, e le immagini che si svelano lentamente nel rilevatore permettono di riflettere sul concetto di fotografia.

Le immagini all’interno della stanza cambiano continuamente. Basta cambiare lato del faldone e lo scenario si trasforma. L’ Archivio si muove sempre, è un luogo vivo.

I protagonisti sono centinaia di volti, in parte dormienti, che rianimano i 17 milioni di persone di varie razze le cui storie sono custodite negli archivi. Ci sono, poi, due soggetti in particolare, che mi hanno permesso di proiettare il mio “archivio personale” sulle pareti di un altro archivio: i crani e i pani.

Nella mia rappresentazione i crani ritornano ad una forma iniziale dell’esistenza, nel loro consumarsi somigliano molto ad animali marini. I pani, invece, sono delle epifanie di vita, delle meteoriti, oppure archetipi che ricordano figure antropomorfe.

E’ la vita che comprende la morte, è un ciclo che si genera tanto della vita quanto dell’Archivio: l’uomo raccontato a partire dal 500, i faldoni che appaiono e scompaiono, le persone che compaiono e vanno via.

Trovo che ogni artista dovrebbe espiare il concetto della morte, rapportarsi ad essa.

Un po’ come per Napoli, dove il rapporto con la morte è sempre stato celebrato. Basti pensare al famoso rituale presso il cimitero delle Fontanelle. Scegliere un teschio, adottarlo, farlo diventare parte della famiglia. Una dinamica che cambia il rapporto che si ha con la paura di morire, finanche con la possibilità di perdere un figlio. Arriva un’entità a cui è possibile rivolgersi, affidarsi, che proteggerà i nostri cari.

Nei miei lavori la morte è stata sempre presente: sento l’esigenza di attribuirle un senso. Il mio é un cranio che sparisce, va via. E’ un cranio che si consuma, e ritorna ad una forma di vita.

I crani e il pane sono soggetti, come tutti quelli che fotografo, a cui sono particolarmente legato…è come se conservassero un mistero. Ognuno di loro mi induce ad iniziare un processo, un vero e proprio laboratorio, che mi permette di fare un lavoro sulla natura delle cose, perché il soggetto stesso, come la vacca, può narrare più aspetti dell’esperienza umana.

Un’opera se condotta all’essenza, reagisce ai luoghi in modo incredibile, nel senso che a seconda del luogo in cui si trova, cambia la sostanza dei contenuti. I miei lavori sono quasi sempre relativi ai luoghi.

Quanto più un soggetto viene portato all’essenza, tanto più è probabile che l’opera si apra all’altro, che l’altro riesca a trovare una parte di se’ in quello che vede.

La fotografia è il privilegio di avere un contatto con l’esterno, arricchire la vita in maniera sostanziale. Io parto dal presupposto che non ci sia una premessa di casualità rispetto alla fotografia. Mi spiego con un esempio: può accadere che gatto attraversi la strada colpito da una luce bellissima e in quel momento potremmo ritrovarci senza macchina fotografica. Non potremo scattare, ma l’emozione che proveremo di fronte all’immagine resterà dentro di noi e la ritroveremo successivamente, fotografando il pane o un campo di profughi. Questo significa considerare la fotografia un mezzo senza limiti, non più relativo al caso, ma alla nostra interiorità.”

Lea Cicellyn

09 Luglio 2018 21:12 - Ultimo aggiornamento: 09 Luglio 2018 21:12
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