04 Ottobre 2022 - Aggiornato alle 01:11
CRONACA

Napoli: Sacerdote nega musica sacra a una cerimonia funebre. L'episodio eclatante è accaduto a Barra tra lo stupore e l'incredulità dei presenti. La denuncia corre via social

15 Giugno 2022 23:33 — Una Chiesa consacrata, caro sacerdote, è della comunità, non del parroco. Una sottile, ma sostanziale differenza.  

Il giorno più triste nella vita di un uomo, quello di salutare per l’ultima volta un suo caro, addirittura un genitore, è di certo un’esperienza che tutti, prima o poi, siamo costretti ad affrontare. Dover poi assistere al funerale è il penultimo atto di un processo che si conclude con la sepoltura e nell’addio definitivo, che per i credenti, è solo una sorta di arrivederci al Paradiso, all’aldilà insomma. Momenti delicati, dolorosi, dove il conforto è quantomai necessario, soprattutto da parte dei più cari ma anche da quella che è considerata la figura simbolica più di tutte, il sacerdote. Già, dovrebbe essere così ma vi sono alcuni casi dove addirittura è proprio il prelato a mettersi di traverso, quasi a voler diventare protagonista non richiesto come accaduto per le esequie del maestro Lello Improta, celebrate nella chiesa del Sacro Cuore a Barra lo scorso 10 giugno.

Secondo le ultime volontà del caro artista, il figlio Lello aveva programmato musiche ecclesiastiche che potessero accompagnare il prelato nella cerimonia. Niente di eclatante, non si trattava di neomelodici o rockettari, ma semplicemente di un violinista, un’organista ed un tenore chiamati per rispettare un desiderio e nulla più. Apriti cielo! (e stavolta, mai citazione è più opportuna). La famiglia di Improta si è scontrata con la ferrea volontà – poco cristiana – di tale Don Pietro, che avrebbe voluto essere avvertito almeno con un giorno di anticipo, per approvare nel caso la musica (e probabilmente non l’avrebbe fatto). Siamo quindi andati oltre, e chissà se mai un giorno arriveremo alla prenotazione per il trapasso. Eppure un sacerdote dovrebbe sapere meglio di tutti che il Signore – quando “chiama” a sé un fedele – lo fa senza preavviso alcuno. Fatto sta che con il feretro ormai in Chiesa, inflessibile come un sergente di ferro, il prete ha negato la musica, riducendo alle lacrime la già stravolta famiglia, che si è pure persa l’ingresso della salma nel luogo consacrato, addirittura lanciandosi in un gesto davvero gravissimo, quello di spogliare l’altare. Numi davvero, roba da manicomio, perché come se non bastasse, Don Pietro, integerrimo come un militare, ha anche evidenziato un problema di “giurisdizione”, essendo la famiglia del defunto non appartenente alla parrocchia. Un episodio davvero spiacevole, denunciato su Facebook dalla famiglia del povero defunto; a leggere i commenti, peraltro, sembra anche come non si tratti di una primizia. Già in passato, questo celebre sacerdote si è contraddistinto in negativo nei confronti della comunità con atti e atteggiamenti spiacevoli, di certo poco inclini ad un prelato.

“Questa casa non è un albergo”, ha usato questa citazione Don Pietro in un messaggio rivolto alla cittadinanza, esibito per difendersi dalle accuse. Si è paragonato ai genitori chiamati a non dover assecondare tutte le voglie dei figli, ma il discorso è decisamente differente, perché una Chiesa consacrata, caro sacerdote, è della comunità, non del parroco. Una sottile, ma sostanziale differenza.  

G.S.

15 Giugno 2022 23:33 - Ultimo aggiornamento: 15 Giugno 2022 23:33
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