21 Settembre 2017 - Aggiornato alle 12:46
SALUTE
Sanità: Centinaia di laboratori a rischio chiusura. Invertire la rotta per evitare un disastro economico e sociale
06 Maggio 2017 12:21 —

Da oltre un decennio si assiste ad un decadimento progressivo dello stato di salute del servizio sanitario nazionale considerato ai primi posti nel mondo. Tutto grazie ad una cattiva gestione persistente a cui si è associata una “spending review” indiscriminata. E' indicativo anche ciò che sta accadendo nel comparto della rete dei laboratori di analisi, che solo in Regione Campania è costituita, mediante una fitta rete distribuita capillarmente sul territorio, da oltre novecento strutture che occupano circa cinquemila operatori ad alta specializzazione a cui si aggiungono un centinaio di aziende fornitrici di prodotti e servizi. Purtroppo, l’intero comparto, subisce da circa dieci anni un inarrestabile declino con la conseguente dismissione di numerose strutture, la perdita di posti di lavoro e il ridimensionamento di un servizio reso ai cittadini radicato sul territorio. La finanziaria 2006, stabilì misure di razionalizzazione della spesa sanitaria nell’ambito della spending review. In quel contesto fu stabilita una riduzione del 20% dal tariffario sotto forma di sconto e l’attuazione, da parte delle regioni, di un piano di riorganizzazione della rete delle strutture pubbliche e private accreditate eroganti prestazioni di diagnostica di laboratorio. Significava che le strutture a gestione pubblica e le strutture a gestione privata, dovevano organizzarsi in rete mediante la realizzazione di mega laboratori, caratterizzati da un’altissima automazione, centralizzando l’attività analitica. In pratica i prelievi continuavano ad essere eseguiti presso strutture vicino ai pazienti ed i campioni trasportati quotidianamente nei mega laboratori. Il processo, su tutto il territorio nazionale si è sviluppato con modalità separate tra strutture pubbliche e strutture private. La Regione Campania con il Decreto del Commissario ad Acta del 2010, approvò il piano di riassetto della rete dei laboratori pubblici. I presupposti di tale riorganizzazione erano quelli di ottimizzare le strutture sul territorio in modo razionale eliminando i laboratori pubblici dispendiosi ed inefficienti. Secondo la logica del decreto, si otteneva un risparmio per le casse della sanità pubblica, senza alcuna perdita di posti di lavoro e senza apportare disagi per i pazienti dal momento che il servizio di diagnostica di laboratorio era garantito da una fitta rete di laboratori privati accreditati, radicati sul territorio. Ovviamente si deduceva che questi ultimi erano considerati una risorsa per il territorio regionale e per l’organizzazione del SSR. Infatti, essi avrebbero garantito un livello occupazionale ad altissima professionalità, l’erogazione di prestazioni di laboratorio in prossimità del paziente pagate a prestazione, cioè ad un costo più basso rispetto alle strutture pubbliche, l’azzeramento delle liste di attesa, livelli di qualità garantiti dall’accreditamento Istituzionale, titolo questo attestante la conformità agli standard di qualità fissati dal Sistema Sanitario Regionale. Successivamente a gennaio 2013 viene emanato il Decreto Commissariale 109, in cui viene sancito anche un riassetto per i laboratori privati. Quest’ultimo, integrato negli anni successivi da decreti esplicativi, sancisce che un laboratorio di analisi a gestione privata non può continuare a svolgere la sua attività analitica se non eroga almeno duecento mila prestazioni annue. In una sola mossa la Regione Campania aveva demolito il valore aggiunto che questi ricoprivano all’interno del SSR. Infatti lo stesso decreto riportava che dei 976 laboratori accreditati della Regione Campania solo 11 avevano un numero di prestazioni uguali e superiori alla soglia di 200 mila prestazioni annue. Le restanti strutture si sarebbero dovute aggregare in mega laboratori per raggiungere la soglia di duecentomila e più prestazioni annue. Tutti gli altri laboratori dovevano essere smantellati e trasformati in punti prelievi, relegati alla sola esecuzione del prelievo e alla consegna dei referti. Di conseguenza, il sangue prelevato ai pazienti in loco deve essere trasportato quotidianamente nei mega laboratori. Sorgono dubbi, da tale procedura, che si possa ottenere un miglioramento della qualità del servizio in termini di liste di attesa, qualità analitica, tempi di consegna dei referti, assistenza al cliente e garanzia sugli esami urgenti. Saranno i cittadini finanziatori e fruitori del servizio sanitario a giudicare se questa rivoluzione porterà ad un miglioramento oppure ad un peggioramento del servizio. Tuttavia resta il fatto inconfutabile che mentre la chiusura delle strutture pubbliche inefficienti portava un notevole risparmio senza la perdita di posti di lavoro, la cosiddetta riorganizzazione dei laboratori privati porta la perdita di posti dei lavoro dei professionisti impiegati, il ridimensionamento delle strutture, su cui gli imprenditori avevano investito, la perdita da parte del cittadino del proprio laboratorio di fiducia, la chiusura di molti fornitori di beni e servizi della regione. Tutto ciò senza alcun risparmio per il SSR, bensì solo un aggravio di spesa per la collettività, costi questi legati alla disoccupazione, mancati introiti erariali, dismissione di attività e strutture. Senza entrare nel merito delle grandi difficoltà che hanno avuto i laboratori nel corso degli ultimi dieci anni sul recupero crediti, problematica questa che accomuna tutte quelle attività che servono la Pubblica Amministrazione, i laboratori hanno avuto una ulteriore decurtazione del tariffario a partire dal 2013. Infatti con il decreto Balduzzi 2012 è stato sancito che il tariffario dei laboratori di analisi doveva essere tagliato di circa il 40%, quindi al 20% di sconto della finanziaria del 2007 si somma un ulteriore 20% strutturale operato fino a settembre 2016. Oggi il Ministero ha convocato le associazioni di categoria per concordare le nuove tariffe in concomitanza con l’approvazione dei nuovi LEA (Livelli Essenziali Assistenza), in cui hanno presentato un tariffario di prossima approvazione, ulteriormente ridotto di circa un 25%, che se effettivamente approvato porterà al fallimento di tutte le strutture di qualsiasi dimensioni. Infatti, non esistono modelli organizzativi, economie di scala o altro che potranno reggere una tariffario così basso. Probabilmente riusciranno a resistere solo i grandi gruppi, soprattutto stranieri, che oramai nel sistema sanitario regionale stanno radicando la loro attività. Una considerazione, poi, a completamento delle disfunzioni del sistema, va fatta sui famosi "tetti di spesa" che rappresentano un budget economico massimo annuo che ogni regione può spendere per ciascuna ASL per le prestazioni erogate dalle strutture private. La legge nazionale stabilisce che le regioni devono ogni anno stabilire un fabbisogno di prestazioni da erogare ai cittadini in base alla loro necessità, che anch'esso male applicato, ha determinato che quando finiscono i soldi termina il servizio e tutti cittadini devono recarsi presso le strutture pubbliche, con le lista di attesa ben note. Quindi, sistematicamente negli ultimi anni, si è registrato che già ad agosto o al massimo a settembre, le strutture private non possono accettare impegnative del Sistema Sanitario Nazionale, perché non c’è copertura finanziaria. Tutto questo nella convinzione degli amministratori della cosa pubblica, che si ottengono grandi risparmi sul piano economico. E’ ovvio, anche un capo famiglia se non fa mangiare i propri familiari risparmia soldi. Avrebbe buon senso considerare che prima di tutto il disagio e la salute delle persone non sono un risparmio e che le prestazioni erogate dalle strutture pubbliche non sono gratis ma hanno costi superiori. E' bene ricordare che la Riforma Sanitaria da oltre 25 anni sancisce il “Principio di Libera Scelta”, che si basa sul concetto fondamentale che i finanziatori del Sistema Sanitario Nazionale sono i cittadini stessi che fruiscono dei servizi sanitari e che pertanto hanno il diritto di scegliere la struttura dove servirsi, pubblica o privata che sia, purché accreditata dal SSR. Pertanto chi legifera e chi gestisce la cosa pubblica, dovrebbe ricordarsi che il denaro che essi movimentano proviene dai cittadini italiani che lavorano e pagano le tasse per cui deve essere gestito per il bene della collettività e per garantire valore aggiunto a tutto il sistema. L’auspicio è che il prossimo Commissario di Governo possa cambiare rotta e porre rimedio ad un disastro economico e sociale annunciato, che investirà prima i laboratori di analisi e poi altri settori della sanità.

Dott.Salvatore Cortese

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