15 Ottobre 2018 - Aggiornato alle 22:57
CRONACA
Venezia: Delitto Mennella, attesa per giovedì 27 settembre la sentenza
25 Settembre 2018 14:43 — Alle 15 in Tribunale a Venezia l’udienza sul rito abbreviato chiesto dall’autore dell’omicidio di Musile: il verdetto del Gup potrebbe arrivare già in serata.

Molto probabilmente si conoscerà nella stessa giornata del 27 settembre la sentenza di primo grado del processo per l’efferato omicidio di Maria Archetta Mennella: la vittima aveva solo 38 anni. Giovedì alle 15, in Tribunale a Venezia, davanti al giudice dott. Massimo Vicinanza, è in programma l’udienza per la discussione del giudizio abbreviato richiesto e ottenuto dai legali dell’assassino reo confesso, l’ex coniuge della vittima, il quarantaquattrenne pizzaiolo di Torre del Greco Antonio Ascione, e il Gup potrebbe comunicare la pena già in serata.

L’ennesimo femminicidio, commesso all’alba del 23 luglio 2017, ha destato rabbia, sconcerto e una grande mobilitazione contro la violenza sulle donne, in Veneto ma anche in Campania: anche la vittima era di Torre del Greco. A colpire è stata tutta la vicenda a partire dalla generosità di “Mariarca” che, pur essendosi separata da quel marito violento e oppressivo e rifatta una vita lontano, nel Veneto Orientale, stabilendosi a Musile di Piave e trovando lavoro all’outlet di Noventa, aveva deciso di riaccoglierlo temporaneamente in casa per riavvicinarlo ai figli di 16 e 10 anni, le altre due vittime della tragedia. Un atto di amore e un’attenzione per la figura paterna che ha pagato con la vita: Ascione, non accettando la fine del rapporto e spinto dalla gelosia, l’ha barbaramente, proditoriamente e “lucidamente” trucidata, aspettando che rincasasse e accoltellandola ripetutamente a morte.

Quello che emerge dal quadro probatorio e dai capi d’imputazione formulati dal Pubblico Ministero titolare del fascicolo, il dott. Raffaele Incardona, infatti, non è un raptus, ma un crimine frutto di un’escalation di violenza e minacce covato nel tempo. L’assassino dovrà rispondere del reato di omicidio ma con parecchie aggravanti: per aver commesso il fatto per futili motivi (la gelosia); per aver agito “con premeditazione, dopo aver reiteratamente minacciato di morte la moglie”; per aver perpetrato il crimine contro il proprio coniuge e madre dei suoi figli, e quindi aggravato dal vincolo di parentela; “per aver aggredito la moglie nelle prime ore del mattino quando era ancora distesa a letto e incapace di opporre una adeguata difesa”. L’autopsia ha confermato come si sia trattato di una vile aggressione a tradimento e come i colpi siano stati inferti mentre Mariarca dormiva, elemento tutt’altro che secondario in quanto esclude il delitto d’impeto avvenuto al culmine di una lite ed è una conferma schiacciante che è stato premeditato.

Non solo. Ascione dovrà rispondere anche dell’ulteriore reato di minacce aggravate per aver appunto “minacciato di morte la moglie nei giorni precedenti con un coltello in mano” e, anche qui, con l’aggravante di aver commesso il fatto usando un coltello, strumento idoneo a offendere che poi, purtroppo, ha usato davvero.

Contestazioni pesanti che aprono in astratto anche a una condanna all’ergastolo, pur nell’ambito del rito abbreviato, e alla cui formulazione hanno contribuito anche il legale della famiglia della vittima, l’avvocato del Foro di Padova prof. Alberto Berardi, e Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità in ogni tipologia di sinistro, a tutela dei diritti dei cittadini, che a sua volta assiste e supporta i familiari e ha messo loro a disposizione a titolo gratuito i propri esperti per gli accertamenti disposti dalla Procura di Venezia. E’ stato proprio il consulente personale di Studio 3A Riccardo Vizzi ad acquisire dalle sorelle di Mariarca e a fornire all’avv. Berardi alcuni messaggi whatsapp che si erano scambiati nei giorni precedenti la figlia della Mennella e il padre e in cui la ragazza accusava il genitore, che tentava di giustificarsi, di aver minacciato la mamma con un coltello e gli giurava che lei e il fratellino non l’avrebbero più guardato in faccia se le avesse fatto del male. Messaggi apparsi subito significativi al legale, che ha inviato una memoria al Pm, il quale ha disposto l’acquisizione dello smartphone della ragazza e dei messaggi ivi contenuti, aggiungendo altri importanti tasselli a carico dell’omicida.

Attraverso l’avvocato Alberto Berardi, i congiunti di Mariarca nell’udienza preliminare del 4 giugno, si sono costituiti tutti parte civile nel processo: l’anziana mamma, i fratelli, le sorelle e, soprattutto, i due figli minorenni rappresentati dalla zia materna Assunta, su autorizzazione del giudice tutelare. Anche alla luce del certosino lavoro di ricostruzione e contestazione effettuato dalla Procura, sono fiduciosi e confidano in una decisione da parte del giudice equa e commisurata al gravissimo crimine commesso dall’assassino, che di fatto ha distrutto tre famiglie: la sua, quella dei Mennella e quella degli Ascione. Com’era successo allora, tuttavia, non saranno in aula ad attendere il verdetto: non solo e tanto per una questione di distanza - abitano a 800 chilometri -, quanto piuttosto perché non intendono vedere in faccia l’assassino e guardarlo negli occhi. E vogliono proteggere il più possibile i figli minori di Mariarca, che in quel tragico giorno di luglio in un colpo solo hanno perso per sempre la madre e anche il padre.

25 Settembre 2018 14:43 - Ultimo aggiornamento: 25 Settembre 2018 14:43
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