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VARIE

"Stiamo diventando più stupidi? E perché?” di Davide Romano

07 Gennaio 2026 00:33 —

Pare che ogni generazione, dall’antica Grecia in poi, abbia avuto la sua dose di angoscia esistenziale: la gioventù di sempre era “peggio di noi”, i costumi “degenerati”, la lingua “in rovina”, e perfino la tecnologia un pericolo mortale (i filosofi greci si stracciavano le vesti per la scrittura, dicendo che avrebbe distrutto la memoria umana; Platone, per l’ennesima volta, aveva ragione con due millenni di anticipo e torto con tre secoli di ritardo).

Oggi l’oggetto delle nostre ire è la nostra intelligenza collettiva: “Stiamo diventando più stupidi?” è la domanda che aleggia come una nuvola di zanzare in una notte d’estate. La risposta, a un primo, rapido sguardo, sembra semplice: sì. Siamo più stupidi perché controlliamo lo smartphone più che le nostre idee; perché un like vale più di un argomento; perché abbiamo dimenticato come si discute, ma ricordiamo perfettamente come si insulta. Eppure, se ci fermassimo a riflettere un attimo (ma poiché la riflessione è oggi considerata un’attività opzionale, quasi un hobby sadico riservato agli asceti), scopriremmo che la questione non è così lineare.

Cominciamo con un fatto indiscutibile: la quantità di informazioni disponibili oggi supera di gran lunga quella di qualunque altra epoca storica. Un uomo del Rinascimento impazzirebbe nel nostro primo anno di vita digitale: leggerebbe un tweet, vedrebbe un video su gatti che suonano Beethoven con le zampette, cadrebbe in un thread infinito su come arrotolare la carta igienica, e al tramonto sarebbe esausto. Se la conoscenza fosse direttamente proporzionale all’intelligenza, saremmo tutti Einstein con accesso a YouTube. Invece no: sappiamo molte cose inutili e pochissime cose vere.

Questa confusione deriva da un paradosso moderno: più informazioni non significa più intelligenza. In passato, si temeva l’ignoranza; oggi, temiamo di rimanere ignoranti tra troppi dati. Il cervello umano non è progettato per il caos informativo; è progettato per dare senso al mondo. Ma quando il mondo ti offre venti opinioni contraddittorie ogni secondo, la tua povera corteccia cerebrale alza le mani e dice: “Mi arrendo, faccio swipe”.

La seconda causa della nostra presunta stupidità è ciò che chiamo l’effetto “copia-incolla esistenziale”. In passato, l’educazione richiedeva tempo, fatica, sbagli, rettifiche, sudore e qualche lacrima. Oggi l’educazione è spesso un cursore avanzato tra video da 30 secondi, grafici che si muovono e meme che urlano verità incontrastabili. Abbiamo interiorizzato l’idea che se qualcosa è breve, allora è profondo; se è virale, allora è vero. Ma l’ironia è tragica: l’essere umano è diventato capace di navigare qualsiasi mare di dati senza sapere nulla del porto verso cui è diretto.

Un altro fenomeno notevole è la banalizzazione del pensiero critico. Un tempo, se volevi discutere una questione pubblica, ti armavi di libri, argomentazioni, contro-argomentazioni, e forse, alla fine, di buon senso. Oggi, la discussione pubblica è una rissa in un bar digitale: qualcuno urla, qualcun altro risponde urlando più forte, e alla fine tutti se ne vanno sapendo meno di prima ma certi di avere ragione.

E qui veniamo al nocciolo della questione: la stupidità non è l’assenza di conoscenza, ma l’incapacità di giudizio. Non è l’uomo che non sa che la Terra è rotonda che ci preoccupa; è chi sa che lo è, ma la nega con la stessa convinzione con cui ordina una pizza alle 2 di notte.

E allora, perché sospettiamo di essere più stupidi? Perché i meccanismi che una volta regolavano il pensiero — studio, confronto, lentezza — sono stati sostituiti da meccanismi che premiano velocità, rumore e apparenza. Il nostro tempo mentale è così ridotto che perfino il silenzio, un tempo compagno del pensatore, oggi è considerato un vuoto da riempire con altro rumore.

Tuttavia, non tutto è perduto. Se c’è una cosa che la storia insegna — e Platone, sì, lo possiamo citare una seconda volta — è che l’essere umano è capace di apprendere tanto quanto di dimenticare. La stupidità non è una condanna genetica, ma spesso una punizione culturale. E le punizioni culturali si possono curare con l’educazione, la curiosità, il dialogo e, soprattutto, con il piacere di non avere sempre fretta.

Forse non siamo più stupidi di prima. Forse siamo semplicemente distratti da un mondo che ci offre tutto tranne il tempo di pensare. E forse, riprendendo in mano il lento, faticoso atto di riflettere, potremo dire un giorno: non eravamo stupidi, eravamo solo molto, molto occupati a non pensare.

07 Gennaio 2026 00:33 - Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio 2026 00:33
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