10 Marzo 2026 - Aggiornato alle 16:01
VARIE

“Un altro scisma. L'anglicanesimo si spezza in due” di Davide Romano

10 Marzo 2026 14:17 —

Abuja, Nigeria, 6 marzo 2026. Nella St Matthias House, sede della Chiesa anglicana nigeriana, 347 vescovi e 121 fra preti e laici si sono alzati in piedi e hanno detto basta. Basta a Canterbury. Basta all'arcivescovo che siede su quella cattedra da secoli come arbitro spirituale di ottantacinque milioni di fedeli sparsi in 164 paesi. Hanno firmato la Dichiarazione di Abuja e hanno chiamato il loro gesto, con l'ottimismo degli scismatici di ogni epoca, non una rottura ma una rifondazione.

Chi conosce la storia della Chiesa sa che "rifondazione" è la parola che si usa quando non si ha il coraggio di dire "addio". Ma il coraggio, in questo caso, non manca affatto. Manca piuttosto la modestia.

Una Chiesa nata da uno strappo, spezzata da un altro.

Vale la pena ricordare, per chi lo avesse dimenticato o non l'avesse mai saputo, che la Chiesa anglicana nacque essa stessa da uno scisma. Enrico VIII, nel 1534, non si separò da Roma perché aveva letto Lutero o perché lo spirito del Vangelo gli era apparso in sogno magari in forma di Arcangelo o di Madonna. Si separò perché il Papa non voleva concedergli il divorzio da Caterina d'Aragona. La fede, in quel frangente, aveva ben poco a che fare con la faccenda: era una questione di letto, di successione dinastica e di potere politico.

Eppure da quello strappo regale nacque una delle tradizioni cristiane più interessanti e, almeno negli intenti, più equilibrate della storia moderna. L'anglicanesimo cercò di tenersi a metà strada tra Roma e la Riforma protestante, conservando i riti e i sacramenti cattolici ma adottando alcune idee teologiche luterane e calviniste. Un compromesso, certo. Ma i compromessi, quando sono intelligenti, possono durare secoli.

Questo è durato quasi cinquecento anni. Poi è arrivato il problema dell'omosessualità, e il compromesso ha ceduto.

Il nodo gordiano: sesso, Bibbia e potere del Sud del mondo.

La crisi vera cominciò nel 1998, quando la Conferenza di Lambeth — il raduno decennale dei vescovi anglicani di tutto il mondo — aprì timidamente alla cura pastorale degli omosessuali. Una frase prudente, quasi burocratica. Ma bastò a incrinare qualcosa. Quattro anni dopo, nel 2002, la Chiesa anglicana del Canada accettò di benedire le unioni omosessuali. E nel 2003, la diocesi episcopale del New Hampshire ordinò vescovo un uomo apertamente omosessuale, Gene Robinson.

A Canterbury e nei salotti teologici di Londra si pensò forse che la cosa si sarebbe assorbita, come tante altre tensioni si erano assorbite nel corso dei secoli. Si sbagliavano. Non avevano fatto i conti con l'Africa.

Perché il centro di gravità dell'anglicanesimo, nel corso del Novecento, si era spostato in modo silenzioso ma irreversibile. Oggi la maggioranza dei fedeli anglicani non vive a Londra o a New York. Vive a Lagos, a Nairobi, a Kampala, a Kigali. Le Chiese africane sono cresciute a una velocità che le Chiese europee non conoscono più da almeno un secolo. E queste Chiese africane sono, nella stragrande maggioranza, profondamente tradizionaliste nella morale sessuale: la Bibbia, per loro, non è un testo da rileggere alla luce delle conquiste civili occidentali. È la parola di Dio. Punto. Una Parola quasi letterale.

C'è dunque, in questa vicenda, anche una rivincita post-coloniale. Per decenni i missionari europei avevano portato il Vangelo in Africa insegnando ai locali cosa credere e come comportarsi. Adesso sono gli africani a dire agli europei che, secondo loro, si sono smarriti cosa credre o cosa no secondo la loro interpretazione del testo sacro. La storia, a volte, ha un senso dell'umorismo notevole.

La GAFCON: una comunione nella comunione, poi fuori dalla comunione

Nel 2008, mentre la Conferenza di Lambeth si riuniva in Inghilterra, un gruppo di vescovi conservatori — africani, asiatici, latinoamericani e nordamericani — decise di non presentarsi nemmeno. Si ritrovarono invece a Gerusalemme, dove fondarono la GAFCON, la Comunione anglicana globale. Approvarono la Dichiarazione di Gerusalemme, quattordici punti di fede ortodossa che diventavano il loro codice di appartenenza.

Per qualche anno si raccontarono che stavano lavorando dall'interno. Che avrebbero ricondotto la Comunione alla retta via. Era la classica illusione di chi si vuole credere riformatore e non ancora scismatico. Ma la realtà era più semplice: stavano aspettando il momento giusto per andarsene. Ma questo lo scrive un cronista sospettoso come me.

Quel momento è arrivato in ottobre del 2025, quando la Chiesa d'Inghilterra ha eletto Sarah Mullally arcivescovo di Canterbury: la prima donna a ricoprire quella carica nella storia millenaria della sede primaziale anglicana. Per i tradizionalisti, era la goccia che faceva traboccare il vaso. O meglio, era la conferma definitiva che il vaso era già pieno di veleno.

La Mullally ha prestato giuramento il 28 gennaio 2026. Meno di sei settimane dopo, ad Abuja, i vescovi della GAFCON hanno firmato la loro dichiarazione di indipendenza.

La Dichiarazione di Abuja: le parole dello scisma

Il testo della dichiarazione è scritto con quella particolare solennità dolente che caratterizza i comunicati di chi si sente vittima e protagonista al tempo stesso. Si comincia con ventidue anni di appelli inascoltati, di umili preghiere, di richieste di pentimento rivolte ai gerarchi di Canterbury. Poi si spiega, con la franchezza di chi non ha più nulla da perdere, che quegli appelli non hanno prodotto nulla di buono.

Le questioni della sessualità umana, si precisa con cura, non sono il cuore del problema. Sono soltanto i sintomi. Il male vero è più profondo: è l'abbandono dell'autorità della Scrittura, la deriva dottrinale, il cedimento progressivo alle mode culturali del momento. L'omosessualità, in questo ragionamento, è soltanto la punta dell'iceberg di un relativismo teologico che avrebbe corroso le fondamenta della fede.

Si rifiutano quindi i quattro tradizionali strumenti di comunione: l'arcivescovo di Canterbury, la Conferenza di Lambeth, il Consiglio consultivo anglicano, l'assemblea dei Primati. Non è, si badi bene, uno spostamento. Non è nemmeno uno scisma. È, dichiarano con serietà assoluta, una rifondazione della vera Comunione anglicana dall'interno. Chi era dentro — loro — è rimasto dentro. Chi si è allontanato dalla vera fede — Canterbury — è di fatto già fuori.

È una di quelle argomentazioni che ha il pregio della coerenza interna e il difetto di essere esattamente quella che userebbe chiunque, in qualsiasi scisma della storia, per non chiamare le cose con il loro nome.

La nuova geografia del potere anglicano

La nuova struttura è già operativa. Il Consiglio dei Primati della GAFCON viene sostituito dal Consiglio anglicano globale. Al vertice siede l'arcivescovo Laurent Mbanda, primate del Ruanda, affiancato dal vicepresidente arcivescovo Miguel Uchoa e dal segretario generale vescovo Paul Donison. Il Consiglio ha il potere di accogliere nella nuova Comunione le province e le diocesi che volessero aderire.

Le forze in campo sono considerevoli. Alla riunione di Abuja hanno partecipato rappresentanti delle Chiese anglicane di Ruanda, Kenya, Uganda, Tanzania, Sudan e Nigeria — cioè la grande maggioranza numerica dell'anglicanesimo mondiale. A queste si aggiunge la Chiesa anglicana del Nord America, nata qualche anno fa dalla scissione di conservatori dalla Chiesa episcopale degli Stati Uniti e dalla Chiesa anglicana del Canada.

Il titolo scelto per l'assemblea — tratto dal libro di Giosuè — dice tutto: “Scegli oggi chi vuoi servire... Quanto a me e alla mia casa serviremo il Signore”. Quattro giorni di celebrazioni, relazioni e votazioni, scanditi da quell'aria di solenne inevitabilità che si respira nei momenti storici veri, o in quelli che si credono tali.

Canterbury risponde: decentrare per sopravvivere

Da Canterbury non è arrivata una risposta dottrinale. È arrivata una risposta istituzionale, che in certi casi vale di più. La Chiesa anglicana di Canterbury sta lavorando a un piano per decentrare la gestione della Comunione: l'arcivescovo condividerebbe la leadership con altri primati, distribuendo il potere per ridurre il bersaglio. Il vescovo Graham Tomlin, che presiede il processo, ha dichiarato con quella speranza un po’ stanca dei saggi che conoscono la storia: quando ci separiamo radicalmente l'uno dall'altro, è molto difficile ricucire.

Ha ragione. Ma la sua osservazione arriva forse con qualche anno di ritardo. Il momento in cui era ancora possibile tenere insieme tutto è passato. La domanda ora non è se lo scisma ci sia stato, ma quanto profonda sarà la frattura e quante Chiese seguiranno una parte o l'altra.

Dissenso etico o teologico? Una distinzione che non regge

C'è chi prova a ridimensionare la portata dello scisma sostenendo che si tratti di un dissenso etico, non teologico. Una questione di morale sessuale, non di fede. Un litigio di costume, insomma, non una disputa sul mistero di Dio.

Ma i protagonisti della vicenda, da entrambe le parti, rifiutano questa riduzione. E hanno ragione di rifiutarla. Perché la questione vera, sotto il dibattito sul matrimonio gay e sulle donne vescovo, è una sola: chi ha l'autorità di interpretare la Scrittura? La tradizione consolidata e i formulari storici, oppure il sensus fidelium che si evolve nel tempo, la teologia che dialoga con la cultura, la Chiesa che si aggiorna?

Non è una domanda nuova. È la domanda che ha percorso tutta la storia del cristianesimo. La risposta che si dà a questa domanda determina tutto il resto: non solo chi può sposarsi con chi, ma come si intende la rivelazione, come si concepisce la Chiesa, come si pensa il rapporto tra Vangelo e mondo. Non è etica. È teologia in senso pieno.

Tra l'altro è utile ricordare che la Dichiarazione di Gerusalemme del 2008 — il documento fondativo della GAFCON — non riguarda solo la sessualità. Tocca la salvezza, la cristologia, la sacramentologia, il rapporto tra cristianesimo e altre religioni. Non è un manifesto di bigotti sessuofobi. È, nel bene e nel male, una confessione di fede articolata e coerente.

L'ombra lunga sul cristianesimo mondiale

Le conseguenze di questa rottura vanno ben oltre i confini dell'anglicanesimo. Il cristianesimo mondiale sta attraversando una stagione di divisioni che non ha precedenti recenti. La crisi nelle Chiese ortodosse — con il grande scisma del 2018 tra il Patriarcato di Mosca e quello di Costantinopoli sul riconoscimento della Chiesa ortodossa ucraina — ha già prodotto una frattura profonda nel mondo ortodosso. Ora lo scisma anglicano aggiunge un secondo fronte.

Per il dialogo ecumenico, che aveva faticosamente costruito ponti nel corso del Novecento, è uno schiaffo. Con chi parla Roma, adesso? Con Canterbury che benedice le coppie omosessuali o con Abuja che la scomunica? Con la Mullally o con Mbanda? La risposta ovvia — con entrambi — è anche la risposta più difficile da praticare.

C'è poi il problema della credibilità complessiva del messaggio cristiano nel mondo. Quando una tradizione religiosa che predica l'unità nell'amore si spacca in due davanti alle telecamere mondiali, il segnale che manda non è edificante. I critici del cristianesimo — e ce ne sono molti, e non tutti in malafede — hanno buon gioco a indicare la contraddizione.

La testimonianza cristiana nel mondo ne esce impoverita. È una parola giusta. Impoverita non nel senso che sia falsa o inutile. Ma nel senso che perde qualcosa di essenziale: la capacità di mostrare che persone profondamente diverse possono stare insieme in nome di qualcosa che le supera tutte.

Un epilogo aperto

La storia non finisce qui. Le Chiese che si sono sedute ai banchi opposti ad Abuja continueranno a esistere, a predicare, a battezzare, a seppellire i loro morti. I fedeli di Lagos e quelli di Londra continueranno a chiamarsi anglicani. Ma non si riconosceranno più nella stessa comunione.

Ci sono province che non hanno ancora deciso. Ci sono diocesi divise al loro interno. Ci sono fedeli che non sanno bene cosa stia succedendo e che il giorno dopo la firma di Abuja sono andati a messa come sempre, senza accorgersi che qualcosa era cambiato. Per loro — che sono la maggioranza assoluta — la storia dello scisma è una cosa che leggeranno sui giornali, se la leggeranno.

Ma i secoli hanno la memoria lunga. E quando si decide di rompere, le rotture tendono a diventare permanenti. La storia della Chiesa è piena di scismi che dovevano essere provvisori e sono durati mille anni. L'Oriente e l'Occidente cristiano si sono separati nel 1054 e stanno ancora aspettando di riconciliarsi.

Ad Abuja, il 6 marzo 2026, 347 vescovi hanno deciso di servire il Signore a modo loro. Non si può dar loro torto di avere delle convinzioni. Si può soltanto sperare che, un giorno, trovino anche il modo di tenere insieme le convinzioni e la carità. È quello che chiedono ai loro fedeli, in fondo, ogni domenica.

10 Marzo 2026 14:17 - Ultimo aggiornamento: 10 Marzo 2026 14:17
Commenti (0)


Per commentare questa notizia accedi all'applicazione o registrati se non hai ancora un account
Questo sito utilizza cookie tecnici per offrirti una migliore esperienza di navigazione sul sito.
Navigando su questo sito accetti l'utilizzo dei cookie.

Chiudi