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Il prete che scelse due volte. Una storia italiana di vocazioni perdute

11 Gennaio 2026 19:51 —

Dicembre 1997. Un arcivescovo riceve una lettera di trentacinque pagine. Scritta fittamente, senza respiro, come un fiume in piena. È la confessione di un prete che vuole lasciare. Non una lettera qualsiasi, ma un documento che farebbe impallidire sant'Agostino per introspezione e Rousseau per narcisismo. Il mittente chiede la riduzione allo stato laicale e la dispensa dal celibato. Vuole sposarsi. Ha trovato, dice, «la persona che amo». Ha scoperto, aggiunge con un filo di teologia morale, che Dio lo chiama «ad un ministero di carità ancora più impegnativo nella vita coniugale».

L'arcivescovo legge. Ci sono tutti gli ingredienti del dramma moderno: un'infanzia difficile (affidato a nove anni a una coppia di zii), un seminario vissuto come fuga, studi brillanti (licenza in teologia morale alla Gregoriana, magna cum laude), un professorissimo che gli nega la tesi di dottorato accusandolo di relativismo, una Curia indifferente, un cardinale distratto. E poi, naturalmente, «l'inadeguatezza dell'istituzione del celibato ecclesiastico rispetto alla sensibilità ed alla cultura degli uomini e delle donne di oggi».

Il nostro protagonista non è uno di quei preti che se ne vanno in silenzio. È un intellettuale, un teologo morale. Ha bisogno di spiegare, di giustificare, di costruire un'architettura teologica intorno alla sua fragilità. Scrive: «Nonostante l'attrattiva della vita coniugale fosse sempre più chiara nella mia mente, mi sono sforzato di rimanere fedele al ministero per amore del mio popolo». Bello, commovente. Peccato che questo amore per il popolo si sia rivelato meno resistente dell'attrazione per una donna.

Ma lasciamo perdere i giudizi. In fondo, ogni anno in Italia una quarantina di preti fa la stessa scelta. Le statistiche parlano chiaro: nel 2013 furono 43 gli abbandoni, 43 anche nel 2014, e i numeri restano stabili da decenni. A livello mondiale, Il Dicastero vaticano per il clero gestisce circa 800 richieste di dispensa all'anno. Non è un'epidemia, ma nemmeno un caso isolato. E poi c'è il sommerso: quelli che se ne vanno senza chiedere permesso, quelli che rimangono ma con la valigia sempre pronta, quelli che i superiori invitano a continuare il ministero «chiudendo un occhio sulle scappatelle amorose».

La Chiesa italiana, del resto, è in piena crisi vocazionale. Dal 1990 al 2020 il numero dei presbiteri diocesani è crollato da 36.000 a poco più di 29.000. L'età media supera i 61 anni. I preti sotto i trent'anni sono appena 600 in tutta Italia. Nel 2020 i seminaristi erano 1.800, ma nel 2040 – secondo le proiezioni – alcune diocesi potrebbero ritrovarsi senza un solo prete giovane. Per tamponare l'emorragia arrivano sacerdoti stranieri: nel 1990 erano 204, oggi sono 2.631, l'8,3% del clero totale.

Il nostro protagonista, dunque, fa parte di una generazione di preti che ha vissuto il post-Concilio come una grande promessa e poi si è trovata stritolata tra aspettative irrealizzabili e strutture immutabili. Ha ragione quando denuncia una Curia attenta più al bilancio che alla pastorale. Ha ragione quando parla di talenti sprecati, di giovani sacerdoti abbandonati senza sostegno economico né spirituale. Ha perfino ragione quando accusa i superiori di «accidia, cupidigia, vanità, attaccamento al potere».

Ma qui casca l'asino.

Perché il nostro teologo morale, dopo aver ottenuto la dispensa, dopo essersi sposato, dopo aver avuto dei figli con la donna per cui aveva rinunciato alla talare, ha fatto una scoperta. Che quella non era la donna giusta. Che l'integrità affettiva di cui parlava con tanta sicurezza nella lettera del '97 era ancora da trovare. E così, come aveva fatto una prima volta con la Chiesa, ha ricominciato da capo. Con un'altra donna.

Questa seconda fuga non ha lasciato documenti di trentacinque pagine. Non ci sono state lettere all'arcivescovo, non invocazioni del «ministero di carità nella vita coniugale». Solo una famiglia distrutta e dei bambini che oggi dovranno spiegare agli amici perché papà se n'è andato. Di nuovo.

Ecco il punto che mi rode. Quando un prete lascia il ministero per amore, la Chiesa – alla fine – capisce. Il mondo capisce. Si dice: è umano, ha trovato la sua strada, che Dio lo benedica. C'è persino una certa nobiltà in questa scelta, se fatta con sincerità. Ma quando lo stesso uomo lascia anche quella famiglia per cui aveva abbandonato la Chiesa, allora il dubbio diventa certezza: il problema non era il celibato, non era la vocazione sbagliata, non era la Curia insensibile. Il problema era – ed è – l'incapacità di tenere fede a qualunque impegno.

Nella sua confessione del '97, il nostro protagonista racconta un dettaglio che dice tutto. A nove anni fu strappato alla famiglia d'origine e affidato agli zii. Un trauma, scrive, che lo rese «un bambino isolato e nevrotico». Probabilmente è vero. Ma quel bambino che fu strappato alla famiglia a nove anni, che entrò in seminario a quattordici, che lasciò la Chiesa a quaranta, e che poi lasciò anche la moglie e i figli, quel bambino non ha mai smesso di fuggire. Non dalla Chiesa, non dalle donne, ma da se stesso.

E questo è il vero dramma delle vocazioni perdute. Non tanto quelle dei preti che lasciano – in fondo sono una quarantina all'anno su quasi 30.000, statisticamente irrilevanti – ma quella degli uomini che scappano sempre. Che cambiano abito, donna, vita, pensando ogni volta di aver trovato la soluzione, e invece si ritrovano sempre al punto di partenza: soli, inadeguati, pronti alla prossima fuga.

La Chiesa, certo, ha le sue colpe. Una selezione nei seminari ormai ridotta al lumicino (il rapporto tra ingressi e ordinazioni è quasi 1 a 1, quando una volta c'era una fortissima scrematura). Una formazione che non prepara al peso di un ruolo «diventato una maschera che socialmente non funziona più», come nota il sociologo Diotallevi. E poi il modello del «prete-star», il battitore libero che non vuole più legarsi a una comunità, che vuole fare tutto e niente, che scambia il ministero con una performance.

Ma la colpa maggiore, mi permetto di dire, è di chi usa la crisi della Chiesa come alibi per la propria incapacità di scelta. Di chi scrive trentacinque pagine per giustificare una fuga, invocando Dio, la coscienza, persino il martirio di Padre Puglisi. E poi, quando anche quella nuova vita si rivela difficile, fugge ancora. Senza più invocare Dio, stavolta, perché le giustificazioni teologiche servono poco quando si abbandonano dei bambini.

Nella sua confessione, il nostro ex-prete scriveva: «Forse questa goccia di sofferenza nel mare della Chiesa e del mondo potrà rivelarsi non del tutto inutile in futuro. Allora potrà ricevere un bagliore di significato nella logica che sostiene la speranza del chicco di grano».

Temo di no. Temo che quella goccia di sofferenza non servirà a nulla se non ad aggiungere altra sofferenza: una donna tradita, dei bambini senza padre, e un uomo che continuerà a fuggire, sempre, perché nella fuga ha trovato l'unica fedeltà di cui è capace.

C'è una parola per questo: vigliaccheria. Non c'entra la vocazione perduta, non c'entra la crisi della Chiesa, non c'entra nemmeno l'inadeguatezza del celibato. C'entra solo un uomo che non ha mai imparato a restare. Da nessuna parte. Con nessuno.

11 Gennaio 2026 19:51 - Ultimo aggiornamento: 11 Gennaio 2026 19:51
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