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CULTURA&SPETTACOLO

Le Poesie di Davide Romano (La Compagnia del Vangelo)

11 Giugno 2026 21:39 —

Eppure non mi pento…

Eppure non mi pento, Signore.
Ho attraversato giorni come terre arse,
con mani vuote e occhi pieni di polvere,
e ho chiamato errore ciò che era soltanto
il mio inciampo verso di Te.

Non mi pento delle notti senza luce,
né delle parole cadute come frutti acerbi,
né dei silenzi che hanno ferito
più di un grido.

Di ogni cosa Ti sono grato:
del pane duro e della sete,
del vento contrario e della strada smarrita.
Perché anche lì — dove credevo di perdermi —
Tu eri nascosto, come seme sotto terra.

Hanno detto: sbagliavi.
E io ho creduto.
Ma ora so che anche l’errore
è una crepa da cui filtra la Tua luce.

Non mi pento, Signore,
se ho amato male,
se ho cercato altrove il Tuo volto.
Era sempre il Tuo nome,
anche quando non lo sapevo dire.

E ora che il giorno si piega alla sera
e il cuore impara la pazienza della cenere,
raccolgo ogni frammento, ogni caduta,
come reliquia di un cammino.

E Ti dico grazie —
non per ciò che fui,
ma per ciò che, cadendo,
mi hai insegnato a diventare.

Eppure questa brezza leggera

Eppure questa brezza leggera
sfiora i muri stanchi del giorno
come una parola dimenticata,
che torna piano e non fa rumore.

Viene dal mare, forse,
o da un tempo che non vuole finire,
porta con sé un odore d’infanzia
e una luce rimasta tra le mani.

E io resto qui, fermo,
tra ombra e luce,
a contare i battiti lievi
di ciò che è stato e ancora respira.

Gioia sottile, inattesa,
senza voce né nome,
mi attraversi e quasi sorridi,
come un Dio che passa — e mi guarda.

Il mio Dio danza con me

Il mio Dio danza con me
nel sole che brucia le palpebre.

Non ha volto.
Ha luce che taglia.

Mi prende il passo
e lo disfa,
mi rifà nel vento.

Siamo due vertigini
nello stesso vuoto.

Il mondo cade
senza rumore
sotto i nostri piedi leggeri.

Io non so più
dove finisco
e dove comincia il fuoco.

Il vento mi attraversa
come un giudizio felice,
come una ferita che canta.

E Lui—
non guida,
non precede—
accade.

Nel mio respiro
che non mi appartiene.

Il sole ci inghiotte
e ci sputa luce.

Siamo due nomi cancellati
dallo stesso istante.

E danziamo—

senza terra,
senza prima,
senza dopo—

solo un sì
che brucia.

Non desidero il tuo cielo, Signore

Non desidero il tuo cielo, Signore,
né l’eterno silenzio delle stelle immobili,
ma questa terra che respira,
questa primavera che rompe la pietra
e mi chiama per nome.

Voglio il tremore dell’erba nuova,
la luce che inciampa tra i rami,
il grido improvviso degli uccelli
che non conoscono dottrina,
ma cantano.

Dammi il vento che sporca le mani,
la pioggia che sa di rinascita,
il dolore breve dei germogli
che spaccano il buio del seme
per essere.

Io non chiedo salvezza lontana,
ma questo sangue che corre,
questa carne che sente,
questo giorno che muore
e subito ritorna.

E se esisti, Signore,
sei qui:
nel riso di ogni bambino,
nelle mani che si cercano,
nei baci senza fine,
nella terra che odora di vita.

Lasciami gridare —
non preghiera, ma gioia —
contro il cielo stesso:

sono vivo,
e basta.

Quando Dio era bambino

Quando Dio era bambino
il mondo era leggero.

Lo sollevava
come un sasso,
lo lanciava nel giorno
per vederlo cadere.

Rideva—
non di gioia,
ma di pura esistenza,
come acqua che scorre.

Faceva e disfaceva
le sue orme nella polvere,
senza memoria,
senza perché.

Spezzava il pane
e lo dimenticava,
seguiva un insetto
fino a perderlo.

Non c’era destino
nelle sue mani,
né croce
nel legno che sfiorava.

Solo gioco,
solo forza che nasce
e si consuma
nell’istante.

Guardava gli uomini
come cose lontane,
e gli animali
come fratelli senza nome.

Quando cadeva
non c’era colpa—
solo terra
e un corpo che si rialza.

E Dio era tutto lì:
nel gesto che accade,
nel respiro che viene
e passa.

Ignaro di sé,
senza cielo sopra,
senza fine—

bambino.

Quella nostalgia che, di soppiatto, improvvisa ti afferra

Quella nostalgia che, di soppiatto, improvvisa ti afferra

Ogni tanto, senza annuncio,

mi prende alla gola una nostalgia antica.

Non ha volto.

Non viene da una sola città.

È un odore di tipografie bagnate,

di treni all'alba,

di camere d'albergo dove il mare

restava dietro le persiane.

Ho avuto troppe vite per chiamarne una «mia».

Ho scritto nomi, incendi, processioni,

elezioni, lutti, promesse,

e ogni volta lasciavo una pelle

su un tavolo di redazione.

Sotto infiniti soli ho camminato:

quello bianco delle piazze del Sud,

quello obliquo del Nord che taglia i portici,

quello feroce dei pomeriggi senza ombra

quando il taccuino bruciava nelle mani.

E gli immensi panorami —

porti, montagne, periferie, deserti di cemento —

mi hanno insegnato che l'uomo

è sempre più piccolo della notizia

e più grande della sua paura.

Ho ascoltato voci nella notte,

ho bevuto caffè con sconosciuti destinati a sparire,

ho visto la verità cambiare colore

tra la prima e l'ultima edizione.

Eppure, alla fine,

resta una sola immagine:

una strada vuota dopo il lavoro,

il vento che sfoglia i fogli rimasti,

e io che torno tardi,

con le scarpe piene di polvere e mare.

Forse la nostalgia è questo:

non rimpiangere un luogo,

ma tutte le vite attraversate

senza averne abitata del tutto nessuna.

Allora mi fermo.

Guardo il sole che scende dietro un tetto qualsiasi.

Nel silenzio sento ancora battere

le rotative lontane del tempo.

E capisco che anche il giornalista,

dopo tante partenze,

cerca una casa nella memoria.

Se quella notte

Se quella notte, nell’ombra tremante del Orto degli Ulivi,
il Figlio

avesse osato un desiderio umano, intero,

non di croce ma di terra,

non di sangue ma di respiro—

se avesse detto:
Padre, lascia che resti
tra questi uomini che odorano di pane e fatica,
che ridono al sole e piangono nella notte,
lascia che io impari ancora
la lentezza dei giorni,
il vino condiviso,
il sonno senza presagi—

forse il vento tra gli ulivi
avrebbe taciuto un istante,
come trattiene il mare la sua voce
prima di farsi tempesta.

Padre,
non ho ancora finito di amare
queste mani sporche di mondo,
questi occhi che cercano luce
e non sanno trovarla.

Lascia che resti
non come salvatore
ma come uomo tra gli uomini,
seduto sulla soglia della sera,
a contare le stelle una ad una
senza doverle redimere.

Ma la notte era piena
di un silenzio più antico del desiderio,
e il cielo pesava
come una parola già detta.

Allora tremò la carne,
non l’eterno.

E nel respiro spezzato
—come chi beve un calice amaro—
tornò la voce:

Padre,
se è possibile, passi da me questo.

Ma il mondo intero
stava in quell’istante sospeso,
come un figlio che attende risposta
senza sapere quale sperare.

Poi venne il sì,
non gridato,
ma scavato nella notte
come una radice che sceglie la terra.

Non la mia volontà,
ma la tua.

E fu un sì umano,
più che divino,
perché costò lacrime
e un infinito restare.

E gli ulivi continuarono a tremare,
inermi testimoni
di un desiderio lasciato indietro
come un mantello sulla polvere.

E noi,
ancora oggi,
camminiamo dentro quel sì
senza sapere
quanto amore
sia stato necessario
per rinunciare
a restare.

https://lacompagniadelvangelo.blogspot.com/2026/04/eppure-questa-brezza-leggera.html

11 Giugno 2026 21:39 - Ultimo aggiornamento: 11 Giugno 2026 21:39
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