Non capita tutti i giorni che un giornalista italiano scriva all'Arcivescova di Canterbury. Capita ancora meno spesso che dalla sede dell'Arcivescovo arrivi una risposta. È quanto è accaduto a Davide Romano, giornalista palermitano da anni impegnato sui temi dell'informazione religiosa, dell'ecumenismo e del dialogo interreligioso. Romano aveva scritto alla nuova Arcivescova di Canterbury, Dame Sarah Mullally, per raccontarle un rapporto con la tradizione anglicana che non nasce da una curiosità occasionale né da un interesse esclusivamente accademico, ma da una relazione costruita nel corso degli anni attraverso incontri, studio, collaborazione con comunità anglicane italiane e britanniche e una personale familiarità con la liturgia della Chiesa d'Inghilterra.
La risposta è arrivata da Lambeth Palace attraverso Jessica Hershaw-McClellan, Correspondence Manager to the Archbishop of Canterbury. Una risposta formalmente affidata a un membro dello staff, come è inevitabile per chi occupa uno degli incarichi ecclesiali più importanti della Comunione anglicana mondiale, ma anche una risposta tutt'altro che impersonale. «Thank you for writing so thoughtfully», si legge all'inizio della lettera. Poi il passaggio che probabilmente ha maggiormente colpito il destinatario: «We were grateful to hear of your affection for the Church of England, your commitment to ecumenical friendship, and your experiences with Anglican communities in Italy and the United Kingdom». A Canterbury, dunque, hanno apprezzato il suo affetto per la Chiesa d'Inghilterra, il suo impegno nell'amicizia ecumenica e le esperienze maturate negli anni con le comunità anglicane in Italia e nel Regno Unito. Non è poco, soprattutto perché non si tratta del riconoscimento di una carica o di un incarico ecclesiastico, ma di una relazione personale coltivata nel tempo.
La storia, infatti, comincia in Sicilia. Romano vive a Palermo e, nel corso degli anni, ha frequentato la comunità anglicana della città e ha avuto rapporti di collaborazione e amicizia con il reverendo Russell Ruffino. Esperienze analoghe sono maturate anche in altre città italiane, fra cui Roma e Napoli, mentre durante i suoi soggiorni nel Regno Unito il giornalista ha frequentato diverse comunità anglicane. Una consuetudine che, a prima vista, potrebbe apparire singolare: un cattolico italiano che frequenta le chiese anglicane, studia l'ecumenismo, mantiene rapporti personali con esponenti della Chiesa d'Inghilterra e arriva a scrivere direttamente all'Arcivescova di Canterbury. Ma è proprio qui che l'episodio assume un significato che va oltre la curiosità.
Per Romano, infatti, il rapporto con l'anglicanesimo non è soltanto una questione di studio. Nella lettera aveva raccontato anche il posto occupato nella sua vita spirituale dal Book of Common Prayer, il grande libro della preghiera comune della tradizione anglicana. E anche questo particolare viene ricordato nella risposta di Lambeth Palace: «It was especially encouraging to learn of the place that the Book of Common Prayer has held in your spiritual life». Una frase significativa perché restituisce alla vicenda una dimensione che va oltre la diplomazia ecclesiastica. Qui non ci sono soltanto rapporti fra istituzioni, ma la storia di un uomo che, attraverso la conoscenza di una tradizione cristiana diversa dalla propria, ha trovato parole, liturgie e persone capaci di entrare nella propria esperienza religiosa.
Naturalmente non si tratta di una conversione all'anglicanesimo, né di una presa di distanza dalla propria appartenenza. È, piuttosto, il racconto di una forma di ecumenismo vissuto concretamente. Romano ha studiato e continua a studiare con passione teologia e ha approfondito i temi dell'ecumenismo, ma negli anni ha trasformato quello studio in una frequentazione personale delle altre tradizioni cristiane. Il principio, in fondo, è elementare: per conoscersi bisogna incontrarsi. E per incontrarsi non è indispensabile essere d'accordo su tutto. Anzi, l'ecumenismo reale comincia probabilmente proprio quando le differenze confessionali smettono di essere un motivo per evitarsi.
È anche questo che rende piuttosto insolita la vicenda della lettera a Canterbury. Non siamo davanti alla consueta corrispondenza istituzionale fra autorità ecclesiastiche. Da una parte c'è una delle figure più importanti dell'anglicanesimo mondiale; dall'altra un giornalista cattolico siciliano che ha deciso di raccontare la propria esperienza e di esprimere la propria vicinanza. E la risposta di Lambeth Palace sembra aver colto esattamente questo aspetto. «Please be assured of our prayers», scrive Jessica Hershaw-McClellan a nome dell'Arcivescova. Un'assicurazione di preghiera che, al di là del linguaggio istituzionale, conferisce alla lettera un tono particolarmente umano.
È probabilmente questo il punto più interessante della vicenda. L'ecumenismo, prima ancora di essere materia di incontri ufficiali, documenti e commissioni teologiche, passa anche attraverso gesti molto semplici: una celebrazione condivisa, una collaborazione, un'amicizia, una preghiera e, qualche volta, una lettera. La distanza geografica fra Lambeth Palace e Palermo è notevole; quella ecclesiale, almeno in parte, lo è altrettanto. Eppure una lettera può attraversarle entrambe.
La vicenda di Davide Romano non pretende naturalmente di avere un'importanza istituzionale. Non modifica i rapporti fra Chiesa cattolica e Comunione anglicana e non inaugura alcuna nuova stagione ecumenica, naturalmente. È semplicemente una piccola storia di relazioni cristiane. Ma proprio nella sua semplicità può risultare interessante. In un tempo nel quale le appartenenze religiose vengono spesso raccontate attraverso ciò che separa, questa storia racconta invece ciò che può avvicinare. Un cattolico di Palermo scrive a Canterbury. Da Canterbury qualcuno risponde. E nella risposta viene riconosciuto non un titolo, non un incarico, ma qualcosa di molto più semplice: un rapporto di amicizia e di fraternità cristiana. Forse è una piccola cosa. Ma l'ecumenismo, quello vero, qualche volta comincia proprio dalle piccole cose.

