Una delle figure più resistenti all'usura del tempo è il pettegolo. Gli imperi crollano, le ideologie passano di moda, le rivoluzioni finiscono in pensione, ma lui resta. Anzi prospera. È l'unico essere umano che riesce a trasformare il nulla in una professione e il veleno in una forma di socialità.
Il pettegolo non parla mai male di nessuno. Sarebbe troppo volgare. Lui "si preoccupa". "Ha sentito delle voci". "Non sa se sia vero". "Non vorrebbe giudicare". È un benefattore dell'umanità che distribuisce sospetti come un farmacista distribuisce aspirine. Con una differenza: le aspirine alleviano il mal di testa, i suoi discorsi lo provocano.
Lo si riconosce da una caratteristica infallibile. Non afferma mai. Insinua. Non accusa. Allude. Non colpisce. Sfiora. È il campione mondiale del condizionale. Se dicesse apertamente ciò che pensa, sarebbe costretto ad assumersene la responsabilità. Invece preferisce lasciare che il veleno faccia il suo corso da solo, come certi gas inodori che non si vedono ma producono effetti devastanti.
Il diffamatore ordinario è quasi simpatico nella sua rozzezza. Ti dichiara guerra e almeno sai da dove arrivano i colpi. Il pettegolo, invece, si presenta come un amico. Ti sorride, ti abbraccia, magari ti assicura le sue preghiere. Poi, appena giri l'angolo, comincia la sua opera missionaria.
La sua frase preferita è: "Io non dovrei dirtelo, però...".
Quando sentite pronunciare queste parole, preparatevi. È l'equivalente verbale della sirena antiaerea.
Spesso il pettegolo ama circondarsi di un'aura morale. Si considera un difensore della verità, un custode della purezza, un vigilante dei costumi. È convinto che la Provvidenza gli abbia affidato il compito di monitorare le debolezze altrui. Le proprie, naturalmente, non le vede. Non per cattiveria. Per mancanza di specchi.
Esiste una variante particolarmente raffinata di questa specie. È quella che utilizza un linguaggio edificante. Mentre distrugge la reputazione di qualcuno, mantiene un'espressione raccolta e quasi contemplativa. La maldicenza esce dalle sue labbra rivestita di buoni sentimenti, come una lama nascosta dentro un messale. Parla di carità mentre esercita la crudeltà. Invoca la fraternità mentre semina divisione. Predica il perdono con una memoria prodigiosa delle colpe altrui.
Costui non cerca la verità. Cerca il potere. Perché il pettegolo è sempre un piccolo tiranno mancato. Non potendo governare le persone, tenta di governarne la reputazione. Non possedendo autorità reale, costruisce una rete di mezze frasi, ammiccamenti e segreti condivisi. Vive della sensazione di sapere qualcosa che gli altri ignorano.
La sua tragedia è che, in fondo, non parla mai degli altri. Parla di sé. Ogni pettegolezzo è una confessione involontaria. L'uomo generoso vede il bene. L'uomo intelligente vede la complessità. Il pettegolo vede soltanto il fango, perché è l'unica materia che maneggia quotidianamente.
E così trascorre la sua esistenza da rabdomante delle miserie umane, cercando crepe, amplificando difetti, trasformando errori in scandali e debolezze in sentenze definitive. Non costruisce nulla. Non crea nulla. Non consola nessuno. Ma si considera indispensabile.
La storia, tuttavia, è piena di tombe di pettegoli dimenticati e di uomini diffamati che hanno continuato il loro cammino. Perché il pettegolezzo possiede la velocità del vento, ma la verità ha la resistenza della pietra. Il primo corre. La seconda resta.
E quando finalmente il professionista del sussurro si accorge che il mondo continua a girare senza le sue insinuazioni, allora prova un'amara sorpresa: scopre che gli altri parlavano di lui molto meno di quanto lui abbia parlato degli altri.
È il castigo più elegante che la vita riserva a questa categoria di persone. Non l'odio. Non la vendetta. Ma l'irrilevanza. Perché il pettegolo sogna di essere protagonista delle vicende altrui e finisce per diventare una nota a piè di pagina delle proprie.
